1 Marzo 2024
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neuroarchitettura

Quando lo spazio (costruito) diventa “sociale”

Grazie a tecnologie sempre più accurate, un gruppo di ricerca del Cnr Parma è riuscito a dimostrare che il modo in cui percepiamo le persone è influenzato dalle caratteristiche degli ambienti in cui si verifica l’interazione. Si tratta di un risultato che apre a sviluppi importanti per la progettazione degli ambienti costruiti, e che può migliorare di molto il benessere delle persone che li vivono

Tempo di lettura: 2 minuti

Che gli spazi edificati abbiano la capacità di influenzare l’umore e il benessere è ormai un fatto assodato. Basti pensare alle sensazioni che si provano quando si cammina in una città con case ben tenute, marciapiedi spaziosi, alberi e piante, negozi e bar con tavolini frequentati e poche auto, e metterle a confronto con quelle che si ricavano da un passaggio in un’area dominata da palazzoni grigi e uniformi, con piazze vuote sferzate dal vento e dalla pioggia.

Quello però che non era ancora noto è che gli spazi possono modificare anche i meccanismi alla base della cognizione sociale, vale a dire quei processi attraverso i quali le persone elaborano, conservano e applicano le informazioni sulle altre persone e le situazioni sociali.

Una ricerca, condotta dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Parma (Cnr-In) in collaborazione con la società di progettazione milanese Lombardini22 e pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, ha analizzato i meccanismi cerebrali che si attivano quando si incontra qualcuno in uno spazio costruito.

Lo studio ha scoperto che prima di processare le caratteristiche fisiche e corporee delle persone che incontriamo, il nostro cervello viene influenzato dall’esperienza dinamica dello spazio in cui si vivono queste emozioni.

Il gruppo composto da Paolo Presti, Gaia Maria Galasso, Davide Ruzzon, Pietro Avanzini, Fausto Caruana, Giacomo Rizzolatti e Giovanni Vecchiato ha utilizzato un sistema di realtà virtuale in cui fare una camminata tra diverse tipologie di spazi, con pareti più o meno vicine, varie configurazioni delle finestre e dei punti di luce e ha poi registrato l’attività cerebrale dei partecipanti con un apparecchio per l’elettroencefalografia dotato di una risoluzione temporale elevatissima.

L’analisi ha dimostrato che le aree preposte alla codifica dello spazio si attivano con un piccolissimo anticipo (circa 250 millisecondi) prima di quelle dedicate alla decodifica delle caratteristiche corporee ed espressive, lasciando supporre la presenza di un meccanismo evolutivamente più antico.

In più, e questo è il dato rilevante per le applicazioni concrete, le caratteristiche dello spazio architettonico influenzano il nostro atteggiamento.

Bisogna, infatti, considerare che le emozioni intersecano una gran quantità di processi cognitivi, e anche in questo caso contribuiscono a modulare la risposta: più lo spazio che attraversiamo ci mette in uno stato in cui prevalgono le emozioni piacevoli, maggiori saranno le risorse cognitive che riusciamo a predisporre durante l’osservazione dell’altro; viceversa, più lo spazio ci pone in uno stato di tensione, minore saranno le risorse disponibili per valutare le caratteristiche corporee dell’altro.

I risultati dello studio aprono a sviluppi interessanti per la neuroarchitettura, quel settore interdisciplinare che applica i risultati delle neuroscienze alla progettazione architettonica e alla definizione delle caratteristiche degli spazi in cui le persone sostano (sale d’aspetto, pronto soccorsi, biglietterie) e quelli in cui vivono (dagli uffici fino agli ospedali e alle carceri).