1 Marzo 2024
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quite quitting

Cosa c’è dietro il quiet quitting?

Il termine quiet quitting starebbe a indicare la mancanza di voglia di lavorare o, addirittura, la decisione di licenziarsi senza darne preavviso al datore di lavoro. Ma in realtà è una presa di posizione contro quelle aziende che non rispettano né i lavoratori né l'ambiente

Tempo di lettura: 2 minuti

Prima di diventare virale nel nostro Paese, l’espressione quiet quitting era circolata parecchio e in luoghi diversi. Le prime apparizioni erano state registrate in Cina nell’aprile del 2021, nell’ambito delle riflessioni ispirate dal tang ping, un movimento che rifiuta le pressioni sociali all’iperlavoro.

L’anno dopo, un articolo pubblicato su Business Insider l’aveva rilanciata oltreoceano, dove era presto diventata uno degli hashtag di tendenza su Tik Tok.

E da lì, di post in post, è arrivata anche in Italia, dove designa l’atteggiamento di chi decide di svolgere solo ed esclusivamente le mansioni previste dal contratto che regola il proprio rapporto di lavoro e che separa in maniera netta la propria vita professionale da quella privata.

Questo per sgombrare il campo da alcuni equivoci, secondo cui il quiet quitting starebbe a indicare la mancanza di voglia di lavorare o, addirittura, la decisione di licenziarsi senza darne preavviso al datore di lavoro.

In realtà, il quiet quitting è espressione di un atteggiamento che respinge la cultura della performance e della dedizione maniacale al lavoro, quella che negli Stati Uniti si chiama hustle culture e che in Giappone ha prodotto il karoshi, cioè la morte per superlavoro.

Si tratta di un atteggiamento che ha spiegazioni che intrecciano le modifiche alla natura e alla qualità del lavoro indotte dalle politiche neoliberiste (il lavoro e il lavoratore come merce interscambiabile e che deve poter fluire senza intralci e con meno garanzie possibili), le crisi finanziarie del 2008 e del 2012, che hanno impoverito anche chi un lavoro ce l’ha e la risposta alla pandemia, che ha indotto alcuni a domandarsi qual è il senso del proprio lavorare e altri a trovarsi nell’impossibilità di distinguere privato e personale, sempre più interconnessi a causa anche dell’ubiquità di device e smartphone.

Tutti questi fattori si sono combinati tra loro a rendere il lavoro sempre più stressante e causa addirittura di patologie acute e croniche.

La World health organization ha infatti riconosciuto la sindrome da stress cronico lavoro-correlato (che può manifestarsi con ansia, depressione, attacchi di panico, disturbi alimentari, sessuali, del sonno, abuso di sostanze, difficoltà interpersonali, aggressività, manifestazioni digestive e cardiovascolari) e, secondo un sondaggio condotto dall’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro, il 46% dei lavoratori ha dichiarato di essere esposto a un sovraccarico di lavoro.

Come se non bastasse, i lavoratori under-35 in Italia sono i più stressati d’Europa e più a rischio di burn out.

Secondo molti (a partire dalla Harvard business review) per comprendere davvero il quiet quitting sarebbe necessario guardare all’altro aspetto della questione, cioè l’incapacità del management delle aziende di impostare un rapporto sano con i propri collaboratori, che permetta a tutti di conciliare obiettivi professionali e benessere personale.

Ecco allora che diventa essenziale organizzarsi per creare una cultura del lavoro non soffocante e avvilente: innanzitutto, costruendo relazioni efficaci e dosando in modo corretto i carichi di lavoro: se può capitare di dover fare gli straordinari, lavorare sempre dopo l’orario è segnale di un problema.

I dipendenti e i team andrebbero poi premiati e gli dovrebbero essere concessi strumenti e opportunità per migliorare il proprio benessere in azienda, a partire dall’ascolto delle loro esigenze.

Solo prestando attenzione ai segnali che arrivano dai lavoratori è infatti possibile capire se il quiet quitting è espressione della volontà di trovare un equilibrio migliore sul lavoro o se, cosa più preoccupante, primo segnale dell’approssimarsi del burn out, condizione da evitare dato che ha costi rilevanti sia per il lavoratore sia per l’azienda.