16 Agosto 2022
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inquinamento indoor

Prove tecniche per vivere e stare meglio nei luoghi chiusi

Capire gli effetti sul nostro corpo del particolato ultrafine e individuare le strategie migliori per ridurne gli impatti. Sono questi gli obiettivi di uno studio guidato da Inail ed Enea, che dedica particolare attenzione agli ambienti indoor. Compresi quelli di lavoro...

Tempo di lettura: 2 minuti

Trascorriamo gran parte del nostro tempo al chiuso, nelle nostre case, in ufficio e negli altri luoghi di lavoro. Già di per sé questo è un problema – perché sono sempre più rari i momenti in cui possiamo entrare in contatto con il mondo naturale, cosa che indebolisce il nostro benessere fisico e mentale – e diventa ancora più rilevante se si considera che spesso gli ambienti chiusi sono colmi di inquinanti di varia natura.

Basta scorrere gli elenchi preparati per esempio dall’European Environment Agency: oltre a batteri, funghi e virus (molto più numerosi rispetto al Sars-Cov2), respiriamo sostanze allergeniche e composti chimici usati nei prodotti detergenti, nei mobili e nei tappeti, a cui si aggiungono il monossido di carbonio, il biossido d’azoto e, in alcuni casi, il radon.

La situazione ovviamente peggiora se qualcuno fuma (e in tutti quei casi in cui si bruciano biomasse per riscaldarsi o cucinare, cosa che centinaia di milioni di persone sono costrette a fare ogni giorno) o se si ha la sfortuna di vivere vicino a luoghi trafficati.

Il progetto Viepi – Valutazione integrata dell’esposizione al particolato indoor è stato avviato da Inail assieme a Enea, Sapienza Università di Roma, Università di Cagliari e Cnr proprio per valutare gli effetti sulla salute del particolato ultrafine.

Si tratta di quella frazione del particolato composta da particelle di diametro inferiore a 0,1 micrometri (un micrometro equivale a un milionesimo di metro), in cui sono presenti sia una componente carboniosa sia una componente inorganica con solfati, nitrati e metalli.

Questo tipo di particolato è particolarmente pericoloso per la sua capacità di colpire i polmoni, il cuore, il fegato, i reni e il cervello e di generare stress ossidativo, di indebolire le difese immunitarie ed enfatizzare le infiammazioni delle vie aeree e dell’organismo in generale.

Tra le fonti indoor del particolato ultrafine rientrano caminetti, fornelli a gas ed elettrici, fumi di cottura, riscaldamento a gas e fumo di tabacco, ma anche strumenti di lavoro come fotocopiatrici, computer e stampanti) e di recente si è scoperto come anche la presenza e il movimento degli individui costituiscano una sorgente importante di particolato indoor, che va così ad aggiungersi alle sorgenti interne e a quelle dall’esterno, in particolare al traffico veicolare.

La ricerca si basa su una prima fase di laboratorio, durante le quale si provvederà a effettuare una coltura in vitro di cellule bronchiali umane sane. Una volta pronte, queste saranno trasferite in un’aula di università dove, per un giorno, entreranno in contatto con la stessa aria respirata da studenti e professori.

In una seconda fase, le cellule verranno sottoposte a test biochimici e molecolari per analizzare la risposta tossicologica all’inquinamento indoor. In particolare, i ricercatori andranno a valutare l’espressione di geni legati a stress ossidativo, alle infiammazioni e in risposta a composti organici, così da valutare gli impatti dell’inquinamento indoor sulla salute.

Infine, i ricercatori provvederanno a realizzare delle mappe con le dinamiche della distribuzione spaziale degli inquinanti in ambienti confinati e individuare la collocazione ottimale delle postazioni e delle strumentazioni di lavoro.