1 Marzo 2024
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Il tempo stringe. Speriamo che alla Cop28 il rischio sia chiaro

La prima Conferenza delle parti si è tenuta a Berlino nel 1995, quando la concentrazione di CO2 in atmosfera era di 360 ppm. A fine ottobre 2023 era di quasi 419 parti per milione. È questa crescita continua e allarmante l’urgenza a cui i Paesi riuniti a Dubai devono dare risposte efficaci, che tengano conto anche della giustizia sociale e della necessità di tutelare la biodiversità

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Questa volta la Cop – giunta alla 28esima edizione – si è trasferita a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. I delegati dei 197 Paesi che parteciperanno alla Conferenza organizzata nell’ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico si stanno muovendo in un contesto caratterizzato da una lunga serie di emergenze. L’invasione russa dell’Ucraina e il conflitto israeliano-palestinese hanno sconvolto gli equilibri geopolitici, rendendo ancora più intricato il percorso per arrivare ad accordi condivisi a livello internazionale.

Inoltre, la corsa del riscaldamento globale non accenna a rallentare, e anzi ormai tutto lascia pensare che il 2023 sarà l’anno più caldo da quando sono iniziate le rilevazioni strumentali delle temperature. In questo contesto, decisamente non semplice, i delegati dei Paesi partecipanti avranno quasi due settimane (salvo ritardi, la storia delle Cop è costellata di posticipi, la Cop27 in Egitto si era chiusa due giorni dopo il termine previsto) per discutere delle questioni più scottanti del dibattito internazionale sul clima.

Il primo dossier tra le mani dei negoziatori riguarda la Global Stocktake Action, l’“inventario” dei progressi nella lotta al riscaldamento globale che si sono registrati a partire dalla stipula dell’Accordo di Parigi del 2015 e che serviranno per definire i nuovi Contributi determinati a livello nazionale.

Il rapporto di sintesi sui progressi, che serve da base per le discussioni che si terranno nell’Expo City della capitale degli Emirati, è stato presentato a ottobre, e le notizie non sono particolarmente confortanti. L’attuazione dell’Accordo di Parigi è carente in tutti i settori e l’attuale traiettoria delle emissioni globali non è coerente con l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C.

Secondo il rapporto, è necessaria una trasformazione dei sistemi energetici, sociali ed economici, con un impegno che dovrà essere mantenuto per decenni, puntando senza remore sullo sviluppo sostenibile e l’eliminazione della povertà. Il bilancio evidenzia anche il divario sempre più ampio tra le esigenze dei Paesi in via di sviluppo e il sostegno fornito loro, e chiede di sbloccare e assegnare migliaia di miliardi di dollari necessari per l’azione per il clima. Il messaggio che arriva alla COP è chiaro, resta da vedere quanto poi si tradurrà in azioni concrete.

Anche perché queste si intrecciano con l’altro grande tema, quello della finanza climatica, che resta ancora un terreno di scontro tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Alla COP27 (dopo 30 anni di discussioni) era stato approvato il meccanismo del Loss and Damage, che prevedeva la creazione di un fondo in cui far confluire le risorse necessarie a finanziare le azioni di adattamento e mitigazione. A Dubai si dovrebbe riuscire a rendere finalmente operativo il meccanismo (peserà probabilmente l’annuncio del Consiglio europeo che ha dichiarato che stanzierà 100 miliardi di euro all’anno per la finanza climatica fino al 2025, passo importante ma comunque lontano dalla stima secondo cui sono necessari 2300 miliardi di dollari annui fino al 2030).

Sempre l’Europa sosterrà la proposta del phase out dei combustibili fossili, da attuare il più rapidamente possibile, prestando attenzione a evitare che le tecnologie di cattura e sequestro del carbonio possano essere usate come “giochi di prestigio” per arrivare al phase out… delle emissioni fossili, e continuare così a cercare, estrarre e bruciare petrolio, gas e carbone, e rallentare e intralciare l’azione per il clima. I temi sul tavolo sono parecchi e tutti spinosi: resta da vedere se la Cop28, che ha scatenato le proteste di diversi scienziati e del mondo ambientalista per la nomina a Presidente della Cop di Sultan al-Jaber, Ceo della Abu Dhabi National Oil Company (al 12mo posto nella classifica per produzione delle compagnie petrolifere nel mondo), riuscirà a sorprendere, magari con un accordo sul fil di lana, i più scettici.