1 Dicembre 2022
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Alimentazione, la sostenibilità passa anche dalla tavola

Una dieta più concentrata su prodotti locali e di stagione e meno su alimenti di origine animale fa bene alla salute nostra e del pianeta, aiutando a fermare il fenomeno della deforestazione in atto e a ridurre le emissioni globali di CO2. Il tutto nel pieno rispetto della biodiversità e degli ecosistemi oggi esistenti

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Mangiare sano per stare in salute. Un punto fermo importante non solo per il nostro benessere, ma anche per quello del pianeta, in sofferenza ormai da tempo per l’eccessivo sfruttamento delle sue risorse. I cicli intensivi di allevamento, pesca e agricoltura stanno mettendo in pericolo biodiversità ed ecosistemi, dimostrando un pericoloso mancato rispetto dei naturali processi di rigenerazione. Minacce che obbligano tutti ad adottare un diverso modello alimentare, optando per diete più sostenibili e dal basso impatto ambientale. In altre parole, in grado di conciliare la salute della persona con quella del pianeta.

Semaforo verde per frutta e verdura locale e di stagione

La buona notizia è che i cibi meno favorevoli per l’ambiente sono anche i meno salutari, quelli che si dovrebbero consumare con più attenzione. A sottolinearlo è il manifesto Food4Future recentemente lanciato dal WWF, che ricorda come, in seguito alla globalizzazione e alla crescita diffusa del reddito, le abitudini alimentari siano radicalmente cambiate negli ultimi decenni.

Da diete stagionali ricche di verdure e fibre si è passati a diete ipercaloriche, caratterizzate da un eccessivo consumo di proteine animali e pochissima attenzione agli sprechi. Inevitabile lo sfruttamento sempre più intensivo del suolo, accompagnato da emissioni crescenti di gas serra e consumi d’acqua fuori controllo. Per tornare a una situazione d’equilibrio, il WWF consiglia diete che previlegino prodotti locali e di stagione, limitate nel consumo di alimenti di origine animale. Così facendo si promuoverebbe un’alimentazione più sostenibile, con pasti che richiedono circa 1.000 litri d’acqua per la loro produzione contro i 3.000 di un pasto ricco di proteine animali e di cibi fuori stagione.

Stop alla deforestazione

Sempre secondo il WWF, la continua espansione dell’agricoltura nelle regioni tropicali rappresenta oggi una delle maggiori minacce per la sopravvivenza delle foreste e del pianeta. A dominare questa distruzione sono, in particolare, sette giganti: l’olio di palma, la soia, il cacao, la gomma, il caffè, il legno e l’allevamento di bovini. Uno scenario in cui l’Unione Europea rappresenta, purtroppo, il secondo maggiore importatore al mondo di ‘deforestazione incorporata’ da ecosistemi tropicali e subtropicali, con l’Italia che figura al secondo posto, dopo la Germania, nel gruppo degli otto Paesi europei responsabili dell’80% di questa distruzione. Una responsabilità enorme, soprattutto se si considera che il fenomeno non riguarda solo le foreste tropicali, ma anche le praterie, le zone umide, le savane e tutti quegli ecosistemi ricchi di biodiversità che vengono costantemente annientati per fare spazio a coltivazioni e pascoli.

Per la salvaguardia del pianeta, occorre intervenire al più presto con il contributo di tutti: cittadini e istituzioni. Queste ultime, in particolare, dovranno fare la loro parte, promuovendo leggi in grado di ridurre l’impronta dei consumi sulle foreste e su tutti gli ecosistemi di maggiore importanza. La lista di prodotti e materie prime incluse nelle normative dovrà comprendere tutti i prodotti (inclusi derivati e trasformati) con filiere che generano distruzione, come la carne di maiale e di pollo, la gomma e il mais.

Riforestazione, si moltiplicano le iniziative

A fronte dei pericoli associati all’irrefrenabile processo di deforestazione in atto, sono molte le aziende che oggi stanno lanciando importanti iniziative di contrasto. Particolarmente interessante è il progetto lanciato da Vaillant Group in collaborazione con Munich Re. Assieme, queste due aziende stanno creando una nuova foresta emergente in Costa Rica su un’area di oltre 1.000 ettari, precedentemente destinati al pascolo. Il ripristino della foresta pluviale punta a promuovere la biodiversità della fauna selvatica e a migliorare la qualità dell’acqua nella regione. Non solo. Nei prossimi 40 anni gli alberi piantati saranno in grado di catturare oltre 600.000 tonnellate di CO₂ dall’atmosfera, contribuendo alla lotta contro il cambiamento climatico. L’attività è certificata secondo il Gold Standard, attualmente riconosciuto a livello internazionale.