16 Giugno 2021
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Storie di jeans e sostenibilità

I blue jeans sono parte integrante del nostro guardaroba, un must-have per molte generazioni. Ma dietro all’apparente (e attraente) innocenza si celano filiere e processi produttivi non sempre sostenibili o etici.

Tempo di lettura: 4 minuti

È storia nota, ma è sempre bene rispolverarla un po’. Il denim, o meglio il blue-de-Genes (blu di Genova), è nato a Genova nel XVI secolo, dove veniva impiegato per la realizzazione delle vele delle navi o come copertura per le merci vista l’eccezionale resistenza. Ma è solo 300 anni dopo, nel 1853, che Levi Strauss e Jacob David Youphes scelgono il tessuto per creare il capo iconico che ancora oggi accompagna intere generazioni in tutto il mondo: i nostri amati blue jeans. 

Sarà poi grazie a star del cinema come James Dean e Marlon Brando che questo capo diventerà una vera e propria icona del mondo della moda, subendo innumerevoli evoluzioni. Skinny, svasati, a vita alta, a vita bassa, slim, regular, cropped, bootcut, baggy… sono solo alcuni dei modi in cui gli stilisti ne hanno ridefinito i modelli. Del resto, chi non ha almeno un paio di jeans nel proprio armadio? 

Ma… vi siete mai chiesti come vengono prodotti i jeans?

Come si produce un paio di jeans?

La produzione del denim, tra i tessuti più diffusi al mondo con 3 miliardi e mezzo di capi prodotti ogni anno, richiede un elevato impiego di risorse, in particolar modo di acqua. Per la produzione di un paio di jeans è necessario utilizzarne 3.800 litri. E di energia – sono necessari circa 18,3 Kwh di energia elettrica per produrre un solo capo.
Nel complesso, l’intero ciclo di vita del singolo paio di jeans genera 33,4 kg di CO2 nell’atmosfera.

Oltre al consumo di acqua ed energia bisogna poi pensare alla materia prima con cui vengono confezionati: il cotone. A livello mondiale, la pianta del cotone necessita di una quantità di prodotti antiparassitari superiore alla media: a livello globale, circa il 25% degli insetticidi e l’11% dei pesticidi vengono utilizzati proprio nei campi di cotone. Il cotone raccolto viene poi inviato al cotonificio per essere lavorato, tinto e successivamente tagliato. Il passaggio di tintura e lavaggio è quello più critico. Vengono utilizzate sostanze tossiche per colorare il tessuto e renderlo elastico o rigido, liscio o ruvido a seconda del modello. Purtroppo poi i residui tossici della lavorazione finiscono spesso e volentieri nelle falde dell’acqua potabile con gravi rischi per la salute della popolazione.

Tra i metodi più tossici della lavorazione dei jeans c’è la sabbiatura, utilizzata per conferire ai jeans l’aspetto “slavato” e usato. Consiste in un procedimento di abrasione che, oltre a essere nocivo per l’ambiente, è anche altamente tossico per i lavoratori. 

Come spesso accade in queste situazioni, infatti, non è solo l’ambiente a rimetterci, ma anche il personale coinvolto nella produzione. La sabbia silicea, utilizzata nel processo, rilascia infatti una grande quantità di sostanze dannose nell’aria che possono provocare cancro ai polmoni e silicosi. Questa è solo una delle situazioni difficili che si trovano a dover fronteggiare i lavoratori del denim, soprattutto in Bangladesh e nell’Europa dell’Est,  che trascorrono molte ore al giorno in ambienti malsani per avere in cambio una paga misera. 

Come riconoscere un jeans sostenibile

Se vogliamo evitare di alimentare queste situazioni di ingiustizia sociale e ambientale, la risposta è semplice: basta fare acquisti consapevoli e scegliere prodotti di brand che si impegnano e offrire jeans etici e sostenibili. Ma come riconoscerli?

CACCIA AL LOGO!

Ellen MacArthur Foundation ha lanciato nel 2019 il progetto Jeans Redesign, lavorando con  oltre 80 esperti di denim per sviluppare le “Linee guida per la riprogettazione dei jeans”. Un jeans, per essere classificato come sostenibile, deve soddisfare i seguenti canoni: durata – dovrebbero resistere ad un minimo di 30 lavaggi in casa; salubrità dei materiali – dovrebbero essere prodotti utilizzando fibre di cellulosa provenienti da metodi di agricoltura rigenerativa o biologica; riciclabilità –  dovrebbero essere realizzati con un minimo del 98% di fibre di cellulosa e qualsiasi materiale aggiuntivo dovrebbe essere facilmente rimovibile per consentire il riciclo di tutte le parti;  tracciabilità – devono essere rese note le informazioni che testimoniano che i prodotti rispettano i requisiti imposti dalle linee guida. Le organizzazioni che soddisfano i requisiti hanno il permesso di utilizzare il logo Jeans Redesign sui propri prodotti. Un primo passo potrebbe quindi essere proprio quello di ricercare questo logo quando si va ad acquistare un nuovo paio di jeans. Per facilitare la ricerca è possibile consultare l’elenco delle aziende che hanno aderito alle linee guida. 

Jeans sostenibili, a KM0 e Made in Italy

Un altro indicatore della sostenibilità della merce è il costo. Le aziende di fast-fashion offrono prodotti a costi decisamente bassi a discapito di sostenibilità, qualità e durevolezza del prodotto. I capi prodotti in outsourcing nei Paesi del sud del mondo comportano pesanti conseguenze sull’ambiente anche a causa del trasporto, altro motivo per cui il reparto tessile occupa il secondo posto tra le industrie più inquinanti al mondo.

Un’alternativa più planet e human friendly sarebbe di optare per acquisti più ricercati, andando ad esempio a scovare realtà locali che adattano il proprio modello di business alla sostenibilità. È questo il caso di due aziende italiane: EcoGeco e ParcoDenim

I fondatori di Ecogeco sono Claudia e Giampaolo e la loro storia comincia nel 2010, quando decisero di creare il proprio brand partendo da una filiera più etica, per rendere accessibile un pantalone a km zero, ecologico e di alta qualità. Oggi utilizzano cotone organico e indaco vegetale e i lavaggi vengono eseguiti con prodotti ecologici. Infine, i jeans vengono confezionati da aziende venete con cui hanno stretto rapporti di collaborazione. 

I jeans di Par.co Denim, azienda fondata a Bergamo nel 2014 da due cugini, vengono invece tagliati, cuciti, lavati e confezionati da artigiani locali e piccole aziende. Sono composti da un cotone biologico certificato GOTS (Global Organic Textile Standard), che stabilisce criteri ambientali di alto livello lungo l’intera filiera produttiva del cotone e rispetto per i lavoratori.

Come sempre, sono le nostre scelte e il nostro impegno a definirci. Attraverso decisioni di acquisto consapevoli possiamo, nel nostro piccolo, fare la differenza. Quel che conta è essere pronti a piccoli cambiamenti nelle nostre abitudini, tentando un approccio meno legato alla mentalità consumistica del pronti-e-via e pensare anche un nuovo paio di jeans come a un acquisto a lungo termine, un capo destinato a restare nel nostro armadio per qualche anno e che per questo merita un investimento maggiore dal punto di vista economico, senza ledere la dignità lavorativa di alcun abitante di questa meravigliosa Terra che, lo ripetiamo sempre, amorevolmente ci ospita.