7 Giugno 2020

Slow Fashion, il momento di rallentare

In un’epoca in cui il ritmo della quotidianità è sempre più elevato, nasce la necessità di rallentare per salvaguardare il nostro ambiente. Questo è il fine dello Slow Fashion (la moda lenta)

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Viviamo una vita frenetica. Mangiamo di corsa nei fast-food o direttamente davanti al PC grazie agli innumerevoli servizi di delivery. Scegliamo, quando vogliamo e dove vogliamo, tra milioni di film, serie tv e canzoni. Godiamo di accesso illimitato a qualsiasi notizia quasi in tempo reale ed acquistiamo tutto ciò che desideriamo, vestiti inclusi, con un semplice click. 

Fast Fashion VS Slow Fashion

Nella moda, il fattore velocità non è dato solo dalla rapidità d’acquisto, ma anche dal brevissimo ciclo di vita dei vestiti. La possibilità di comprare un capo per pochi euro autorizza il nostro subconscio ad accantonare i ‘’vecchi’’ per fare spazio all’ultimissimo modello in commercio. Stiamo parlando dell’escamotage psicologico su cui fa leva il Fast Fashion. Un’industria capace di produrre fino a 52 micro-stagioni all’anno, una alla settimana, ad un costo bassissimo per il consumatore ma immensamente più alto per il Pianeta.

“Come è possibile che un indumento costi meno di un panino? Come può un prodotto che deve essere seminato, fatto crescere, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro? È impossibile”. Queste le parole di Li Edelkoort, ricercatrice di trend olandese, nel suo ‘’Anti-fashion: a Manifesto for the next decade’’ presentato durante un convegno organizzato da Business of Fashion nel 2017.

Proprio per contrastare questo modello di business nasce lo Slow Fashion, una pratica virtuosa che esorta ad un diverso approccio al consumo. L’ideatrice è Kate Fletcher, che nel 2007, ispirandosi all’esempio del movimento Slow Food e ai suoi punti cardine: buono, pulito e giusto, ha stabilito i principi fondamentali di questo nuovo concetto di moda

In primis l’utilizzo di materiali di qualità – riciclati, naturali o ecologici – che aumentino il ciclo di vita degli indumenti. In secondo luogo, l’estetica. Capi esteticamente belli e con un design senza tempo sopravvivono di stagione in stagione. Il terzo punto si basa sul valore economico, necessariamente più alto per garantire un pagamento etico ai lavoratori ed un acquisto consapevole ai consumatori. Dulcis in fundo, troviamo la trasparenza all’interno della filiera produttiva, preferibilmente locale e di stampo artigianale come nel caso del Made in Italy.

Qual è l’impatto ambientale della moda?

Nel 2018, durante una conferenza avvenuta in Svizzera, la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite ha rivelato che l’industria della moda è responsabile per il 20% dello spreco globale di acqua e per il 10% delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Allo stesso modo, le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi. Numeri su scala globale che fanno del settore tessile uno dei più inquinanti. In questa già drammatica situazione si aggiunge il fatto che l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato

Ridurre il consumo è possibile

Diminuire la velocità di produzione, consumo e smaltimento è possibile. Basterebbe riflettere di più sui propri acquisti, considerare la provenienza dei materiali ed assicurarsi che i diritti dei lavoratori tessili siano rispettati. Tutto questo si chiama Slow Fashion.

Nella lotta verso una moda etica si aggiunge un altro movimento che prende il nome di Fashion Revolution. Un’associazione globale nata, nel 2013, in seguito al crollo dell’edificio commerciale Rana Plaza a Dhaka (Bangladesh) in cui morirono migliaia di operai tessili.  In questi anni si è diffuso in tutto il mondo portando cambiamenti significativi nell’industria della moda.

“Fashion Revolution vuole essere il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente’’ – commenta Marina Spadafora, coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia – ‘’Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo”.