8 Agosto 2020

Siamo ciò che mangiamo

Il corpo è una macchina perfetta, il cibo il suo carburante ed il nostro Pianeta il terreno fertile in cui questo si sviluppa. Mostriamo gratitudine: è importante prestare attenzione non solo a ciò che mangiamo, ma anche al suo impatto ambientale.

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3 volte al giorno, 365 giorni all’anno per X anni (ognuno inserisca la propria età). Il risultato corrisponde indicativamente al numero di pasti consumati da un individuo medio nel corso della propria esistenza. Un dato banale ma significativo per dimostrare l’importanza del cibo nella nostra vita.

Fin dall’antichità il nutrimento rappresentava non solo un bisogno primario, ma anche un’occasione di ritrovo e gioia condivisa. Oggi il suo valore si è ridotto ad una semplice azione giornaliera con inevitabili ripercussioni sull’approccio dei consumatori: abbiamo perso la sacralità del pasto.

Conosco cosa mangio, quindi rispetto ciò che mangio

È importante tornare a dare il giusto valore al cibo. Come? Ci vuole consapevolezza. In altre parole, conoscere la provenienza, la lavorazione e l’impatto ambientale di ciò che consumiamo. 

Dalla collaborazione tra l’università di Oxford e Agroscope, il centro svizzero di eccellenza per la ricerca in ambito agrario, è nato un enorme database sull’impatto ambientale della filiera alimentare, un organismo che comprende aziende agricole, macchinari e reti di distribuzione.

Lo studio “Reducing food’s environmental impacts through producers and consumers”, pubblicato sulla rivista americana Science nel 2018, ha analizzato i 40 alimenti che forniscono il 90% del consumo globale di calorie evidenziando come le pratiche di produzione possano avere conseguenze molto diverse sull’ambiente. Sono state osservate grandi diversità anche nel caso dello stesso alimento: per 100 g di proteine un produttore di carne bovina ad alto impatto ambientale produce 105 kg di CO2 equivalenti ed utilizza una superficie di 370 m², mentre un produttore a basso impatto ambientale ne produce dalle 12 alle 50 volte in meno. A sua volta, un produttore di carne a basso impatto ambientale produce 6 volte più CO2 ed utilizza 36 volte più terreno rispetto ad un produttore di piselli.

“Due alimenti che nei negozi sembrano simili possono avere impatti molto diversi sul Pianeta. Al momento, quando scegliamo cosa mangiare, non siamo consapevoli di questi effetti” spiega Joseph Poore, autore dello studio e ricercatore del dipartimento di zoologia dell’università di Oxford.

La totalità del tasso di inquinamento del settore alimentare è causata in gran parte da un ristretto numero di aziende, precisamente con questa proporzione: il 53% dell’impatto ambientale dipende dal 25% dei produttori. Ciò dimostra che il grosso dell’inquinamento non è una conseguenza diretta dei nostri bisogni, per tanto gli effetti negativi possono essere ridotti cambiando il metodo di produzione e modificando le abitudini di consumo.

La quantità di anidride carbonica che occorre per produrre quello che troviamo sugli scaffali dei supermercati viene chiamata impronta ecologica del cibo. Già da tempo alcune piccole aziende hanno iniziato ad informare i consumatori sul “costo” degli alimenti in termini di CO2, ma solo recentemente il giornale The Guardian ha annunciato l’adesione alla causa della prima grande impresa. Si tratta di Quorn, un marchio inglese che distribuisce carne vegetariana e vegana anche in Italia. Presto tutti i loro prodotti saranno muniti di un’etichetta che specifica i chilogrammi di anidride carbonica necessari per produrre il contenuto in ogni confezione.

Sebbene i produttori ricoprano un ruolo fondamentale nel ridurre l’inquinamento alimentare, le loro possibilità sono limitate: per ottenere risultati è necessario coinvolgere anche i consumatori.

La cucina circolare può venire in aiuto

I consumatori giocano un ruolo fondamentale nella lotta verso una produzione alimentare più sostenibile: in primis grazie a scelte etiche e consapevoli e, in secondo luogo, attraverso piccoli accorgimenti per ridurre (quasi a zero) gli sprechi. 

A tal proposito entra in campo la cucina circolare: l’arte di utilizzare gli “scarti’’ delle materie prime. Non si tratta solo di un metodo culinario, ma di una vera e propria filosofia. “Circolare” vuol dire adottare un approccio a km0 e saper sfruttare i vantaggi che tutte le parti di un alimento possono apportare alla nostra salute. Anche quello che spesso si butta via – bucce, semi, gambi – può essere fonte preziosa di minerali e vitamine. 

Un esempio? La zucca: se ne può mangiare davvero tutto! Con la buccia si realizzano golose chips, mentre i semi tostati sono un ottimo spuntino o un ingrediente da aggiungere all’insalata. Ma ce ne sono molti altri…