26 Maggio 2022
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Questione di etica. Come portare “sulle spalle” e con eleganza capi fur e fur-free

La locuzione “portare sulle spalle” il peso di qualcosa rimanda immediatamente a scelte importanti, all’assunzione di responsabilità talvolta più grandi di noi e che possono richiedere una particolare forza interiore. Un po’ come avviene con i supereroi, che proprio “sulle spalle” portano il caratteristico mantello e con esso le sorti dell’umanità. E se anche noi potessimo in piccola parte fare la differenza per il nostro pianeta, magari scegliendo il giusto capo da "portare sulle spalle”?

Tempo di lettura: 3 minuti

I dati registrati dall’Università di Copenaghen nel documento Global Fur Retail Value e relativi al mercato delle pellicce nel 2020, sottolineano come la richiesta di capi realizzati con pellicce di animali – soprattutto per il mercato asiatico, russo e mediorientale – non si stia attenuando.

In controtendenza, la pandemia ha invece esercitato un impatto importante su questo business e notizie confortanti arrivano dal fronte europeo: sempre più nazioni hanno, infatti, deciso di chiudere gli allevamenti di animali utilizzati per realizzare pellicce. Tra queste l’Italia che, nella manovra di bilancio del 21 dicembre 2021, ne prevede la chiusura entro il prossimo giugno.

C’è anche da sottolineare come i consumatori si stiano sempre più indirizzando verso l’acquisto di capi sostenibili o eticamente corretti, affollando ad esempio mercatini vintage di piccole e grandi città. Parallelamente, anche i grandi gruppi e marchi del lusso, storicamente caratterizzati da un particolare savoir-faire nell’arte della pelletteria e pellicceria, stanno vieppiù scegliendo la strada del fur free, dando così un’importante spinta all’innovazione nel settore dell’eco-pelliccia. Primo su tutti Kering, icona del lusso mondiale con marchi del calibro di Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, che ha recentemente dichiarato come tutte le sue Maison, a partire dalla stagione autunnale del 2022, non utilizzeranno più pellicce nelle proprie collezioni. Inoltre, anche dal versante dell’editoria arrivano notizie promettenti: il fashion magazine Elle si è impegnato a non promuovere più le pellicce in nessuna delle sue 45 edizioni internazionali entro il 2023.

Le notizie relative ai capi in fase di realizzazione o che verranno disegnati in futuro sono quindi rassicuranti, ma sorge una domanda: cosa fare di tutti i capi in pelliccia che possediamo, che utilizziamo o che da anni sono rinchiusi nei nostri armadi? Capi che magari sono il frutto di acquisti di generazioni precedenti, avvenuti in tempi diversi, quando l’attenzione nei confronti di animali e pianeta non era così forte?

Lo abbiamo chiesto a Maria Cristina Ceresa, Direttrice di Green Planner Magazine ed esperta di tematiche ambientali: “Credo che sia più che civile chiudere, anzi proibire gli allevamenti di animali da pelliccia, perché la vita degli animali va salvaguardata esattamente come quella degli umani. Ma reputo che vada anche salvaguardato il sacrificio di quegli animali che, in altre epoche caratterizzate da forme diverse di sensibilità, sono serviti per creare capi di abbigliamento che ora troviamo negli armadi di nonne, mamme o sempre più nei mercatini”.

Questo per dire quanto sia fondamentale che i capi realizzati in pelle e pelliccia abbiano una seconda vita e vengano utilizzati e riutilizzati affinché il sacrificio degli animali venga doppiamente onorato. E quindi, largo al vintage!

Forse non tutti sanno che il termine vintage deriva dal francese antico vinetier, aggettivo che qualificava, all’epoca, i vini d’annata particolarmente pregiati. Negli anni, per estensione, è stato trasferito alla fashion industry per caratterizzare capi di eccellente fattura che si distinguono per il loro essere trasversali e sempre alla moda pur provenendo da periodi lontani nel tempo. Un ottimo spunto di riflessione ce lo offre di nuovo Maria Cristina Ceresa: “Il vintage, che è l’inno al recupero di stoffe e capi di altri tempi, non può escludere né i capi in pelle né le pellicce. Piuttosto, facciamone upcycling: rimodelliamoli, diamo loro nuove forme e stili. Ma non buttiamoli! Sarebbe come sbeffeggiare due volte gli animali e l’ambiente.”

Le parole d’ordine sono quindi “rimodellare”, “rinnovare” e “adattare” il più possibile alle nuove tendenze.  E, per il futuro, pensare a soluzioni incisive come ad esempio “mettere a punto una label che informi chiaramente: questa pelliccia è vecchia. E me ne vanto”, conclude la giornalista.

Chissà quante volte ci siamo sentiti dire di unire l’utile al dilettevole. Bene, oggi è invece più attuale dire “unire il modaiolo al sostenibile”. Si tratta di una nuova missione per portare sulle spalle capi fashion di ieri e di oggi, strizzando (finalmente) un occhio al pianeta. Perché l’unione perfetta tra moda e ambiente esiste, basta solo aprire qualche vecchio armadio e prendere parte a questa rivoluzione al passo coi tempi, che non manca certo di essere di tendenza.