27 Ottobre 2020
restarters

Prova ad aggiustarlo, interpella un restarter

Anche in Italia sono attivi diversi gruppi che si battono per il diritto alla riparabilità di tutti i prodotti: soprattutto quelli elettronici. Il fine è etico, ma anche ambientale

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In principio c’era il fine vita programmato: gli apparecchi elettronici, soprattutto quelli, uscivano dalla fabbrica sapendo già che avrebbero funzionato determinate ore, non più di qualche anno e poi -puff – avrebbero lasciato spazio solamente a un altro acquisto.

Ma la storia vuole che a un certo punto nascano i restarter e guai a chi butta qualcosa nella spazzatura senza aver, almeno, provato ad aggiustarlo. Una buona pratica anche ambientale, oltre a essere un valido risparmio e un principio etico: perché buttare se lo puoi aggiustare?

Per saperne di più, abbiamo incontrato Francesco Cara, restarter di Milano. È lui a raccontarci che “come tanti movimenti dal basso, i restarter nascono da iniziative locali che promuovono valori alternativi e propongono nuovi stili di vita“.

Un po’ di storia

Nel 2008 Martine Posma organizza ad Amsterdam il primo Repair Café per preservare e condividere il sapere della riparazione. Dodici anni dopo, i Repair Cafè fanno capolino in quasi tutto il mondo: in Europa, negli Stati Uniti, ma anche in India e in Giappone.

Luoghi conviviali – li descrive Caradove i cittadini portano oggetti rotti di ogni tipo per ripararli con l’aiuto di esperti volontari” guidati anche da un sapere immenso: dal 2003 infatti Kyle Wiens raccoglie guide gratuite alla riparazione di apparecchi elettronici su iFixit, che ora offre più di 65.000 manuali.

Si arriva così al 2013, quando Janet Gunter e Ugo Vallauri a Londra lanciano il Restart Project e organizzano i primi Restart party dedicati alla riparazione comunitaria di dispositivi elettrici ed elettronici, che ora hanno luogo in tutto il Regno Unito e in molti paesi europei, tra cui ovviamente l’Italia. Nell’ottobre del 2015 nasce a Berlino Runder Tisch Reparatur.

Quando tutti questi movimenti si sono riuniti per il primo Fixfest a Londra nel 2017 – continua il nostro interlocutore – ci si è resi conto della forza del movimento e della profonda conoscenza che i riparatori hanno di ciò che rende i prodotti inutilizzabili e di ciò che impedisce la loro riparazione“.

Detto molto apertamente, i principali ostacoli alla riparazione sono tre:

  1. l’impossibilità di smontare il dispositivo per effettuare la diagnosi e le riparazioni necessarie
  2. la difficoltà nel reperire i pezzi di ricambio necessari a un prezzo congruo
  3. la difficoltà di accesso a manuali e schemi tecnici per guidare la riparazione

Da questi ostacoli – continua Caraè partita la campagna per il diritto universale alla riparazione: Right to Repair Europe che raccoglie 36 organizzazioni da 14 paesi europei che si battono per prodotti più duraturi e più riparabili e per una legislazione, a livello europeo e nazionale, che garantisca il diritto universale alla riparazione. L’Italia è rappresentata da Giacimenti Urbani con il sostegno della rete Restarters italiana. Nel 2019, forti del sostegno di decine di migliaia di cittadini europei, abbiamo riscontrato un primo successo.

Il Consiglio d’Europa ha infatti iscritto il diritto alla riparazione nella direttiva ecodesign che definisce i requisiti per l’immissione sul mercato di elettrodomestici, schermi e impianti d’illuminazione.

Nel 2020, Right to Repair Europe si adopera affinché i tre principi fondamentali della riparazione vengano estesi agli smartphone. Nel frattempo, la nuova Commissione Europea ha posto il Diritto alla Riparazione come uno dei cardini del Nuovo Piano per l’Economia Circolare adottato nel marzo di quest’anno“.

Insomma, i restarter si stanno battendo per un nostro diritto. Allora chiediamo a Francesco Cara chi li appoggia? Chi li ostacola?

I cittadini europei desiderano prodotti più longevi, in particolare i dispositivi elettronici da cui sempre più dipendono e su cui investono molti soldi.

L’ultima inchiesta Eurobarometro del 3 marzo 2020 rivela che 8 europei su 10 pensano che i fabbricanti di dispositivi elettrici ed elettronici debbano garantire riparazione e accesso a pezzi di ricambio più facili.

Prodotti riparabili e più longevi rappresentano un risparmio economico e ambientale significativo: meno rifiuti elettronici, minor sfruttamento delle risorse naturali e umane necessarie alla produzione degli apparecchi, minor consumo d’energia per la fabbricazione.

È importante ricordare che il maggiore impatto ambientale dei dispositivi elettronici (72%) avviene durante la produzione e il fine di vita. Anche il parlamento italiano sta lavorando a proposte di legge contro l’obsolescenza programmata e a favore della riparazione.

Come vi siete organizzati qui in Italia?

In Italia esistono 27 gruppi di riparatori comunitari che operano in rete e organizzano incontri per riparare e imparare a riparare insieme. Durante l’emergenza Covid-19, alcuni incontri sono avvenuti in remoto. Il 4 maggio 2019 si è tenuto il primo FixFest italiano a Torino, che sarà ripetuto appena la situazione sanitaria lo permetterà.

Chi volesse diventare un restarter cose deve fare?

Per prima cosa consultare la mappa dei gruppi di riparazione per identificare il gruppo già attivo più vicino. Sulla mappa sono riportate le coordinate Facebook di ciascun gruppo. La comunità è molto aperta e accogliente! Se non esiste un gruppo in prossimità, contattare il gruppo più vicino che aiuterà nell’organizzazione di un primo incontro. Per sostenere e seguire invece, le campagne per il Diritto alla Riparazione ci si può iscrivere alla newsletter di Right to repair Europe.