5 Luglio 2020

Plastic Smog

La plastica, che fino a settant’anni fa neppure esisteva, fa ormai parte dell’ambiente e ci resterà per millenni. Non inquina solo i nostri mari, ma anche l'aria, la terra e tutti gli organismi viventi

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Sono 396 milioni le tonnellate di plastica vergine che vengono prodotte su scala globale ogni anno. Di queste, circa 100 milioni di tonnellate vengono disperse in natura a causa della scorretta gestione della filiera della plastica. A lanciare l’allarme è il WWF nel report’Responsabilità e rendicontazione, le chiavi per risolvere l’inquinamento da plastica’’ redatto in occasione dell’Assemblea delle Nazioni Unite sull’Ambiente (UNEA-4) a marzo del 2019.

L’inquinamento dovuto alle microplastiche rappresenta non solo un problema globale in continua crescita, ma anche una delle principali sfide ambientali di questa generazione. Per microplastiche si intendono tutti i frammenti di plastica con dimensioni inferiori ai 5 millimetri che non derivano solo dalla frantumazione di plastiche dure, ma anche dalla degradazione delle fibre sintetiche che compongono la maggior parte dei tessuti. Così, senza che neanche ce ne rendessimo conto, le microplastiche hanno invaso mari e monti. 

Il problema di fondo è che le microplastiche non sono biodegradabili, anzi si frammentano in pezzi sempre più piccoli e quindi sempre più pericolosi. Assurdo pensare che quando fu inventata la plastica questa proprietà sembrava un vantaggio rispetto agli altri materiali di origine naturale. 

Negli ultimi anni l’attenzione si è focalizzata molto sugli oceani a fronte dell’inquietante scoperta di enormi vortici di plastica galleggiante, le così dette ‘’Isole di Plastica’’. Considerando che la quantità di plastica nel mare rappresenta solo una piccola percentuale di quella immessa nell’ambiente, è lecito chiedersi dove sia finita la restatane. Con ogni probabilità, la risposta più corretta è: ovunque. 

La plastica è ovunque 

Una volta nell’ambiente, infatti, la plastica si degrada in frammenti sempre più piccoli che, trasportati dal vento e dalle correnti marine, raggiungono le aree più sperdute della Terra: gli abissi oceanici, i ghiacci delle calotte polari e le vette dei Pirenei. 

L’Italia non è esclusa da questo scenario. La prima scoperta di microplastiche in un ambiente glaciale alpino si deve al team di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università di Milano-Bicocca. I risultati della ricerca ‘’First evidence of microplastic contamination in the supraglacial debris of an alpine glacier’’ sono stati pubblicati nel n. 253 della rivista scientifica Environmental Pollution (2019) e rivelano microplastiche nell’ordine di 75 particelle per chilogrammo di sedimento su campionamenti presi nel Ghiacciaio dei Forni del Parco Nazionale dello Stelvio. La considerevole concentrazione, suggerisce la necessità di uno studio più approfondito sulla diffusione delle microplastiche nelle aree montane.

Da questa consapevolezza nasce il progetto MountainPlast, svolto dal Dipartimento per gli affari regionali e le autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DARA) in collaborazione con le Università di Milano e di Milano-Bicocca

‘’MountainPlast si inserisce in un filone di ricerche finalizzate a identificare, quantificare e caratterizzare gli inquinanti, con particolare riferimento alle microplastiche, in diverse matrici ambientali di aree glacializzate. Il suo scopo è fornire un quadro il più possibile esaustivo sull’origine, la presenza, la distribuzione e la diffusione della microplastica nelle aree montane italiane per delineare il destino di questo materiale’’ raccontano Guglielmina Diolaiuti, glaciologa dell’Università di Milano e Andrea Franzetti, microbiologo dell’Università di Milano-Bicocca. 

Il loro collega Massimo Pecci, membro del DARA, aggiunge inoltre: ‘’Il progetto mira a proporre concrete strategie per sensibilizzare i cittadini e contribuire alla riduzione dell’immissione della plastica nei sistemi montani. Verrà infatti realizzato un test autovalutativo per quantificare la plastic footprint. Questa sarà poi inserita in piattaforme web istituzionali che ne consentano la diffusione e somministrazione ai cittadini e alle comunità”.

Ripercussioni sull’uomo

Questa enorme diffusione ha fatto si che le microplastiche entrassero nella catena alimentare di tutti gli animali con ripercussioni anche sull’uomo. Ogni individuo ingerisce circa 5 grammi di plastica a settimana, l’equivalente di una carta di credito. Questo è quanto recentemente svelato da uno studio condotto dall’’Università australiana di Newcastle sotto la commissione del WWF.

Quali siano le ripercussioni sulla salute umana è ancora un’incognita. Tra gli esperti vi è il timore che le microplastiche, respirate o ingerite, possano diventare un pericoloso veicolo di batteri e sostanze tossiche. Infatti, microbi, metalli pesanti e composti sintetici pericolosi potrebbero legarsi ai frammenti di plastica.

Arrivati a questo punto, il modo migliore per arginare il rischio è indubbiamente diminuire la produzione di plastica. Il riciclo non basta a combattere l’inquinamento, senza una drastica riduzione di plastica e packaging usa e getta si continuerà a perpetuare un modello di business e di consumo insostenibile per l’ambiente.