28 Febbraio 2020
lavorare in un coworking

Perché ho scelto di lavorare in un coworking

In 5 punti ecco un parere maturato nell'arco di dieci anni. Motivazioni che hanno a che fare anche con l'impatto ambientale

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“Come mai lavori in un coworking” mi chiese dieci anni fa mio padre, ex dirigente di azienda che ancora oggi reputa che un ufficio sia fattore imprescindibile per chi gestisce un’impresa: non foss’altro per la rappresentanza.

I 5 punti che seguono sono la risposta più esaustiva che io, a capo di una casa editrice che ha sede in un coworking milanese, possa dare a mio padre e al lettore interessato.

Punti da valutare per prendere seriamente in considerazione il trasferimento da un ufficio privato a una piattaforma di condivisione. L’offerta non manca, soprattutto nelle grandi città. In quel di Milano, per esempio, in soli due anni i cosiddetti “spazi flessibili” sono passati da una copertura del 2% al 10% (dati 2018). Percentuale calcolata sul totale degli immobili dedicati al business da Cushman&Wakefield, azienda che opera nel settore del real estate.

Condividere vuol dire abbattere le ridondanze

Pensate a cosa serve in un ufficio in termini di strumentazione: stampanti, fotocopiatrice, linee telefoniche, impianto di riscaldamento e raffreddamento. Ma anche scrivanie, sale riunioni attrezzate, frigobar, microonde o zona relax/cucina.

Contenitori per la raccolta differenziata, dispenser dell’acqua. Ecco, tutto questo possiamo condividerlo. Un’ottima scelta, anche nel caso ci sia un guasto e debba uscire un tecnico. Si evitano le ridondanze e gli sprechi e si abbattono, anche, i costi di manutenzione.

Coworking vuol dire avere più sedi

Se poi si lavora in un coworking con più sedi sparse per tutta Italia è come se si avesse una sede anche in altre città, dove lavorare in caso di trasferimento o dare appuntamento ai propri interlocutori. Lo stesso vale per ricevere pacchi e posta, a volte anche al di fuori dell’orario lavorativo.

In un coworking uno fa per tre

La reception, gli addetti alle pulizie, piuttosto che il gestore dei social o chi cura il verde negli uffici: in un coworking ci sono diverse professioni e fornitori che possono essere condivisi in partenza.

Ma è poi spontaneo che i vari professionisti che lavorano sotto lo stesso tetto conoscendosi creino network.

Piccoli distretti crescono

Vale sempre la pena dare un occhio alle “specializzazioni” dei coworking. C’è quello che ospita startup digitali, quello che è composto per lo più da società di servizi, quello specializzato in comunicazione.

Diventa naturale, quindi, scegliere il coworking più affine alla propria competenza. Non per avere “concorrenti”, ma per trovarsi “a casa”, accanto a colleghi con cui si può collaborare.

 Dal punto di vista ambientale…

Condividere uno spazio vuol dire anche abbattere l‘impronta ecologica della propria professione proprio perché gli strumenti e la tecnologia non sono ridondanti.

Anche questo è un aspetto da non sottovalutare soprattutto se, una volta avviata la “convivenza lavorativa”, si riescono a instaurare altre buone pratiche come il carpooling (condivisione dei passaggi) o se ci si attrezza con bici o motocicli – magari elettrici – da mettere in comune con gli altri coworker.