8 Agosto 2020
smart working

Lavorare ovunque, in modo efficiente, grazie allo smart working

Non è questione di tecnologia o di connettività: le aziende italiane erano già in grado di lavorare efficientemente in modalità smart. Mancava forse una propensione al cambiamento organizzativo e valutativo. Che questa emergenza sanitaria ha accelerato e definitivamente sdoganato

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Le situazioni emergenziali, spesso, inducono cambiamenti repentini e positivi nelle società che tendono a trovare aree di efficienza nell’affrontare le difficoltà.

Di necessità virtù, si diceva nei proverbi popolari e mai come in questi giorni abbiamo imparato come sfruttare le potenziali dello smart working – anche chiamato lavoro agile, telelavoro, modern workplace, work from anywhere – per continuare a lavorare, in modo anche più efficiente di prima.

Si tratta di una modalità di lavoro certamente non nuova visto che, secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, a fine 2019 erano più di mezzo milione gli italiani che già lavoravano in modalità intelligente senza bisogno di andare in ufficio.

Una crescita costante che è stata accelerata dall’emergenza Covid19 e dalle conseguenze che questa avrà avuto sulle organizzazioni e sulle imprese.

A fine 2019, infatti, per il Politecnico di Milano lo smart working era realtà nel 58% delle grandi imprese, mentre nelle PMI i progetti strutturati sono stati il 12% con un 18% di attività informali e saltuarie.

Certamente questi dati subiranno un’esplosione e anche le aziende che si erano dichiarate poco interessate nel 2019 – dal 38% al 51% del campione intervistato dal Polimi – saranno corse ai ripari adottando soluzioni di lavoro remoto, molto velocemente.

Perché il bias che ancora impedisce al modern workplace di diventare parte importante della nostra organizzazione lavorativa, non è legato alle dotazioni tecnologiche o alla connettività del nostro Paese.

Lo dimostrano i dati di questi giorni che evidenziano come la rete abbia retto in modo egregio alla terribile sfida di milioni di italiani costretti a lavorare da casa, cedendo solo nelle ore serali a causa dello streaming in alta definizione e ai videogiocatori.

Il vero problema, semmai, è rappresentato dai processi interni delle aziende e a una metodologia vecchia e diffidente verso il lavoro per obiettivi che, invece, si basa sulla fiducia e sulla collaborazione tra il management e i dipendenti. Ed è necessario che le imprese lo considerino non soltanto un ripiego ma un percorso di trasformazione dell’organizzazione e della modalità di vivere il lavoro da parte delle persone.

Agire sulla flessibilità, responsabilizzazione e autonomia delle persone significa trasformare i lavoratori da dipendenti orientati e valutati in base al tempo di lavoro svolto a professionisti responsabili focalizzati e valutati in base ai risultati ottenuti” dichiara Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico.

Le organizzazioni che praticano con successo il modern workplace hanno infatti riscontrato benefici importanti: il miglioramento dell’equilibrio fra vita professionale e privata (46%), la crescita della motivazione e del coinvolgimento dei dipendenti (35%).

Dipendenti che hanno imparato a conciliare la vita lavorativa con quella domestica, trovando un equilibrio anche alla mancanza di socialità attraverso gli strumenti di videoconferenza, letteralmente moltiplicatisi in questo periodo.

Senza dimenticare le ricadute importanti anche per l’ambiente in termini di riduzione delle emissioni di CO2.

Quando le attività avranno ripreso il loro corso naturale, questo allenamento forzato ci aiuterà a ridurre il traffico urbano e a fare un migliore utilizzo dei trasporti pubblici. Secondo i calcoli del Politecnico di Milano, considerando che in media le persone percorrono circa 40 chilometri per recarsi al lavoro, semplicemente adottando nelle imprese italiane un giorno a settimana di lavoro da remoto questo porterà a ottenere un risparmio in termini di emissioni per persona pari a 135 kg CO2 all’anno.