Il primo conflitto per l’acqua di cui si ha notizia risale al 2500 a.C., quando iniziò la disputa per il controllo della regione di Guedenna, una pianura fertile in quello che è oggi l’Iraq.
Urlama, re della città sumera di Lagash dal 2450 al 2400 a.C., deviò alcuni canali, così da privare Umma, la sua avversaria, dell’acqua necessaria a irrigare i campi.
Da allora, i conflitti per l’oro blu censiti dal Water conflict chronology del Pacific Institute sono quasi 1.300, costellano la storia degli imperi prima e degli stati poi nei cinque continenti e arrivano fino ai giorni nostri.
Risalgono, infatti, a pochi mesi fa gli attacchi dell’esercito russo a una diga nella regione di Kherson e il tentativo dell’esercito ucraino di rallentare l’avanzata dei russi rilasciando l’acqua da una diga sul fiume Dnipro e inondando il territorio circostante il villaggio di Demydiv, a nord di Kiev.
Il Water conflict chronology, oltre a mettere in ordine cronologico i conflitti, li differenzia anche seconda che l’acqua sia l’innesco del conflitto (quando c’è una disputa sull’accesso, economico o fisico, all’acqua, o quando questa non è sufficiente a soddisfare i bisogni delle popolazioni), l’arma del conflitto (come nei casi verificatisi nel conflitto in Ucraina) o una sua vittima (cosa che si verifica quando le risorse idriche o i sistemi idrici sono bersagli intenzionali o accidentali della violenza).
Secondo i ricercatori del Pacific Institute, in 187 dei conflitti censiti l’acqua è stata usata come arma, in 587 ne ha determinato l’innesco e in 624 casi è stata vittima delle dinamiche conflittuali.
Il tratto che accomuna le tre tipologie è, però, l’intensificazione che si è registrata negli ultimi decenni. Le ragioni sono diverse e comprendono, oltre ovviamente agli effetti dei conflitti armati, le condizioni precarie in cui spesso versano le reti idriche, a causa di pessime gestioni e di fenomeni corruttivi e le politiche di privatizzazione dell’acqua implementate in molti Stati.
Ci sono poi i fenomeni di inquinamento, che impediscono di usare le risorse idriche, le dinamiche demografiche e i fenomeni di urbanizzazione, che in molte nazioni spostano crescenti quantità di persone in ambienti urbani in cui spesso mancano le infrastrutture necessarie per potabilizzare e distribuire l’acqua.
Ancora, tra le ragioni vanno annoverati gli sprechi (basti solo pensare alle connessioni tra l’impronta idrica degli alimenti e lo spreco di cibo) e gli usi dissennati, la carenza di dati affidabili e la mancanza della cooperazione internazionale.
Oltre a queste, ci sono le motivazioni riconducibili ai cambiamenti climatici in corso, che possono contribuire a mettere a repentaglio i sistemi idrici di tutto il Pianeta.
Le tendenze sono, infatti, chiare: da decenni la comunità scientifica ci avverte che, con il riscaldamento globale, cambieranno frequenza e intensità delle precipitazioni, con aree che rischiano di subire cali drammatici nella quantità di acqua disponibile andando incontro a fenomeni di desertificazione.
Un gruppo di ricerca formato da Nikolas Galli, Ilenia Epifani, Davide Danilo Chiarelli e Maria Cristina Rulli del Politecnico di Milano e da Jampel Dell’Angelo della Vrije Universiteit di Amsterdam, ha cercato di capire quali saranno le possibili evoluzioni dei conflitti alla luce dei cambiamenti climatici in corso, oltre che del fatto che sempre più spesso ci sono gruppi paramilitari che sfruttano a loro vantaggio situazioni di stress ambientale.
Lo studio, pubblicato su Nature Sustainability, è partito dall’esame delle condizioni del Lago Ciad, nell’Africa Centrale e ha combinato la modellazione idrologica con le analisi statistiche e con un’attenzione particolare per i meccanismi socio-ambientali, culturali e politici.
Secondo i ricercatori, occorre creare misure di disponibilità idrica che tengano conto dell’importanza dell’acqua per il sostentamento umano e concentrarsi sui meccanismi che si generano quando una risorsa viene usata in modo diseguale, evitando nel contempo di semplificare eccessivamente quando, nelle analisi sociali, si considerano i fattori ambientali
Queste strategie di ricerca possono contribuire a creare nuove linee di indagine scientifica delle interconnessioni tra ambiente, società e conflitti, utili per evitare che politici, amministratori e anche scienziati diano letture erronee dei rapporti tra risorse idriche, dinamiche sociali e fattori ambientali.