22 Aprile 2024
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gender equality

Gender gap, se lo misuri… lo eviti

Ridurre le disuguaglianze è sempre meritorio, e quando si riesce a farlo, tutti ci guadagnano. Questo vale anche per il divario di genere, ambito in cui l'Italia ancora arranca. Si stanno, però, diffondendo strumenti e disposizioni per superare una delle disparità più odiose che, oltre al resto, penalizza anche le performance economiche delle aziende

Tempo di lettura: 3 minuti

Pubblicato per la prima volta nel 2006, il Global Gender Gap Report sintetizza i progressi (e i ritardi) nel raggiungimento della parità di genere, il Goal 5 degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

Il report prende in considerazione quattro dimensioni distinte: la partecipazione e le opportunità economiche, il livello di istruzione, salute e sopravvivenza e partecipazione alla sfera politica.

L’edizione 2022, che ha esaminato 146 Paesi nel mondo, apre rilevando un piccolo miglioramento della situazione: se nel 2021 gli anni necessari per arrivare alla parità di genere erano 136, nel 2022 sono diminuiti a 132.

È comunque evidente che rimane tantissima strada da fare: per gli esperti del World Economic Forum sono stati colmati il 95,8% del divario di genere in termini di salute e sopravvivenza e il 94,4% di quello nel livello di istruzione, ma la percentuale scende al 60,3% per il gap nelle opportunità economiche e crolla al 22% per quanto riguarda la partecipazione alla vita politica.

Se poi si concentra l’attenzione sul nostro Paese, le notizie non sono delle migliori. Siamo al 63° posto nella classifica globale, ma precipitiamo al 110° per quanto riguarda dimensione economica e le pari opportunità, facendo segnare un netto peggioramento dal 2012, quando eravamo 102esimi in classifica.

Il quadro è ancor più sconfortante se si considerano i dati dell’Osservatorio sulle competenze manageriali, secondo cui in Italia solo il 28% delle posizioni manageriali è ricoperto da donne, di cui appena il 19% si colloca in ruoli dirigenziali.

Servono quindi iniziative, norme e strumenti per ridurre questa disparità e la norma Uni/PdR 125:2022, Linea guida su sistema di gestione per la parità di genere, pubblicata nel marzo del 2022, va in questa direzione.

La consapevolezza è che le imprese che puntano sulla parità risultano più competitive e possono beneficiare di agevolazioni contributive e premialità nei bandi pubblici.

Tra gli altri strumenti pensati per ridurre il gender gap merita di essere segnalato il GenQ Index, una metrica che consente ad aziende e lavoratori di calcolare il grado di attenzione dell’impresa all’uguaglianza di genere.

L’indice, messo a punto da GenQ, un’associazione non profit impegnata nel contrasto alla disparità di genere e alla diffusione delle tematiche sulla diversità e l’inclusione, tiene conto dei principali indici già utilizzati, quali quello di Bloomberg e quello di Eige.

In particolare, il GenQ Index considera cinque ambiti – il salario percepito da un uomo e da una donna, a parità di ruolo ricoperto; la percentuale di donne in azienda e aventi responsabilità manageriali; la flessibilità oraria e l’attuazione di strategie volte a ridurre il gender gap – e combinando queste variabili attribuisce all’azienda un punteggio compreso tra 0 e 100: il valore più alto corrisponde a una realtà in cui la gender equality risulta estremamente tutelata e favorita.

Che avere più donne nelle posizioni dirigenziali sia un vantaggio per le aziende, anche per quelle che operano nel settore dell’energia, viene confermato anche dalla ricerca condotta da Edge Empower, un’azienda che propone una tecnologia Software as a Service che permette alle organizzazioni di ottenere una certificazione relativa al loro livello di equità di genere.

Secondo Edge, le aziende dell’energia hanno in media un 22% di forza lavoro femminile, percentuale che sale al 31% per le imprese che hanno conseguito la certificazione Edge.

Valori più alti anche per quanto riguarda la presenza di donne con ruoli non esecutivi nei consigli di amministrazione, con una media di quasi il 40% contro il 16% scarso rilevato dall’Agenzia internazionale per l’energia.

Dati a cui sarebbe bene che le aziende stesse prestassero attenzione, visto che, secondo i dati dello S&P 500, quelle che hanno più donne manager fanno registrare un rendimento del capitale superiore del 30%.