9 Dicembre 2019
forestiamo l'italia

Forestiamo l’Italia: come e perché

Invertire al più presto la tendenza piantumando anziché distruggendo i boschi. Lo spazio c’è. Il bisogno anche. Il che vuol dire anche sviluppo occupazionale

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Di foreste e boschi ne abbiamo un infinito bisogno: perché ci danno ossigeno, ci forniscono materia prima rinnovabile, offrono protezione dai pericoli naturali, servono da spazio per il tempo libero e sono importanti per la conservazione della flora e della fauna.

I boschi, come tutte le altre formazioni vegetali, fissano l’anidride carbonica contribuendo al riequilibrio del ciclo del carbonio, fortemente alterato dalle attività umane, e la trasformano in una risorsa straordinaria: il legno.

Eppure, nonostante le foreste siano fondamentali per la nostra sopravvivenza, le conosciamo poco e ancor meno le rispettiamo.

Greenpeace afferma che “metà delle foreste perdute negli ultimi diecimila anni sono state distrutte nel corso degli ultimi ottanta, e la metà di questa distruzione è avvenuta a partire dagli anni Settanta“. Invertire la rotta si deve, tanto più che nel nostro Pianeta ci sono abbastanza terre (1,7 miliardi di ettari) idonee per aumentare la superficie forestale di un terzo, senza interferire con le aree urbane o agricole.

Gli alberi possono salvare il clima: lo dice uno studio dell’Eth, il Politecnico Federale di Zurigo, sul potenziale dello stoccaggio di CO2 nella lotta ai cambiamenti climatici.

In Italia sono 11 milioni gli ettari a bosco. Ovvero il 36,4% della superficie nazionale, come si evince dall’inventario redatto dal Rapporto nazionale sullo stato delle foreste, realizzato dal Crea (Ente italiano di ricerca sull’agroalimentare).

Gli annunci di alcune Regioni fanno ben sperare che gli ettari a bosco aumentino a breve. È il caso della Regione Lazio che ha appena avviato una campagna ambientalista, chiamata Ossigeno, per la piantumazione entro il 2022 di 6 milioni di nuovi alberi. Budget: 12 milioni di euro che serviranno per acquistare e piantumare alberi e arbusti autoctoni certificati.

Attività che sviluppano anche occupazione. 400mila sono le persone coinvolte in quelli che possiamo definire veri e propri servizi ambientali, quali la difesa del suolo, il contrasto del dissesto idrogeologico, la regolazione della qualità di acqua e di aria.

Manutenzione e conservazione, che iniziano sicuramente con la lotta agli incendi: secondo i dati raccolti dall’Effis (l’European forest fire information system) nel 2019 in Italia sono andati a fuoco 20.395 ettari.

Un dato però nettamente inferiore a quello del 2017 (l’anno più siccitoso in due secoli di misurazioni). Due anni fa, infatti, andarono a fuoco 140.392 ettari.

Ma anche la forestazione ha bisogno di regole sostenibili. Come quelle che sta valutando il progetto Life FutureForCoppiceS, coordinato dal Crea con il suo centro Foreste e Legno in collaborazione con Fondazione Edmund Mach, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Sassari, Agenzia Forestas ed Ente Terre regionali toscane.

Il progetto nasce con l’intento di implementare lo sviluppo di una gestione forestale sostenibile del bosco ceduo nell’Europa meridionale. Si tratta di una forma di gestione antica, basata sulla capacità, tipica delle latifoglie, di produrre nuovi fusti dalle ceppaie tagliate, che nel bacino del Mediterraneo interessa una superficie di circa 23 milioni di ettari (circa il 10% delle foreste europee), di cui 3,7 in Italia (oltre il 40% della superficie forestale in Italia). Nonostante l’ampia diffusione, però, i boschi cedui sono scarsamente considerati negli scenari di gestione forestale sostenibile.