18 Settembre 2020

Come si puliscono gli oceani?

Secondo Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) e SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente), ogni anno 8 tonnellate di plastica raggiungono il mare. Per liberare le nostre acque dall’immondizia la tecnologia sta mettendo in campo diverse soluzioni.

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La Giornata Mondiale degli Oceani si celebra l’8 giugno di ogni anno dal 1992, quando al Summit della Terra, tenutosi quell’anno a Rio de Janeiro, è stata sancita la sua nascita. L’obiettivo della Giornata non è solo celebrare le immense distese d’acqua che da sempre offrono grandi benefici all’umanità, ma anche far riflettere sul problema della plastica nei mari che ha raggiunto livelli a dir poco preoccupanti.

Ogni anno secondo le stime di Ispra e SNPA finiscono nelle acque degli oceani circa 8 tonnellate di residui plastici. A differenza di altri tipi di rifiuti la plastica è particolarmente dannosa per la fauna e la flora marina perché non è biodegradabile.

Esistono delle vere e proprie isole galleggianti di rifiuti, la più nota delle quali è la Pacific Garbage Patch. Al momento le isole di plastica sarebbero almeno cinque disseminate nell’Oceano Pacifico, nell’Atlantico e nell’Oceano Indiano.

Va detto che sono già stati fatti progressi nella diminuzione dell’utilizzo della plastica negli imballaggi e negli oggetti della vita di tutti i giorni e sono sempre di più i movimenti per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del riciclo. Tuttavia, il cambiamento di abitudini non è immediato e per salvare i nostri oceani ci vuole un’azione a stretto giro.

Negli ultimi anni  la tecnologia ha fatto passi da gigante nel campo della sostenibilità e ci viene in aiuto per quanto riguarda l’individuazione e la raccolta della plastica nelle nostre acque.

Il satellite Sentinel-2 del programma europeo Copernicus individua le macroplastiche

Copernicus, il programma europeo di Osservazione della Terra, ha sviluppato il satellite Sentinel 2 per monitorare le aree verdi e non del pianeta e fornire supporto nella gestione di disastri naturali. Durante il suo utilizzo, è stato scoperto che il satellite può fornire un valido supporto anche per il rilevamento delle macroplatiche galleggianti negli oceani.

Il satellite permette di individuare i detriti, grazie ai dati ottici di alta qualità acquisiti, e di distinguerli da altri materiali presenti nelle nostre acque. La tecnica di rilevamento delle macroplastiche in mare, che si basa sul riconoscimento della loro firma spettrale[1], ha una precisione dell’86%, secondo le stime riportate su Scientific Reports.

Il progetto di Ocean Cleanup raccoglie i rifiuti plastici dalle acque

Nel 2012 è partita la missione dello “spazzino” del mare sviluppato dalla no-profit Ocean Cleanup, per raccogliere i rifiuti plastici tra le onde.

I primo prototipo realizzato è stato sviluppato con lo scopo di eliminare la Great Pacific Garbage Patch. Si trattava di un galleggiante che spinto dalle correnti e dai venti scivolava sulla superficie dell’acqua per catturare sia la plastica in superficie sia nelle profondità marine.

Negli anni lo strumento di raccolta è stato modificato e migliorato, ma ha mantenuto la sua caratteristica fondamentale di metodo di pulizia passivo. Data la vastità degli oceani infatti i metodi di pulizia attivi sarebbero troppo dispendiosi in termini di energia; per questo motivo Ocean Cleanup ha scelto di sviluppare uno strumento alimentato da energie rinnovabili (eolica e idrica).

Con questo sistema passivo di pulizia Ocean Cleanup ha l’obiettivo di rimuovere circa il 90% della plastica negli oceani entro 2040.


[1] “Diversi tipi di superficie come l’acqua, il terreno spoglio o la vegetazione riflettono la radiazione in maniera differente in vari canali. La radiazione riflessa in funzione della lunghezza d’onda viene chiamata firma spettrale della superficie” https://www.esa.int/SPECIALS/Eduspace_IT/SEMT8VZRA0G_0.html