8 Agosto 2020

Care dolci, sporche acque dolci. Ripuliamole

Solo il 43% dei nostri fiumi possono considerarsi oggi in un buono stato ecologico. Il che incide negativamente sulla biodiversità e sul nostro stato di salute

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Purtroppo, anche i corsi di acqua dolce – quelli che identifichiamo come fiumi, laghi, zone umide, acque sotterranee e quelle dette “di transizione e costiere” – non godono di buona salute.

La situazione è generalizzata in Italia, come in Europa. “Solo il 43% dei i nostri 7.494 fiumi possono considerarsi oggi in un buono stato ecologico” denuncia la Coalizione Living Rivers Italia, composta da ben 23 associazioni ambientaliste.

In sostanza: il 41% dei corsi d’acqua italiani è ben al di sotto dell’obiettivo di qualità imposto dalla direttiva 2000/60/Ce. E il 16% non è stato nemmeno classificato. Per i 347 laghi del nostro Paese, invece, la situazione è ancora più grave visto che appena il 20% è “in regola” con la normativa europea.

E questo malgrado l’Europa si sia dotata, lo ribadiscono le associazioni ambientaliste, di una buona normativa sull’acqua. Dove sta il problema? Cercando di risolvere la situazione, la Commissione Europea ha definito delle raccomandazioni ancora più stringenti per gli Stati Membri in cui chiede di migliorare la gestione delle acque.

Un cambiamento significativo è urgente nel modo con cui i Paesi della Ue affrontano i principali fattori di pressione sulle acque, come l’inquinamento derivante dall’agricoltura e l’uso eccessivo della risorsa idrica. Anche perché questo limita fortemente le funzioni ecologiche del capitale naturale e dei relativi servizi ecosistemici.

Una data incombe: entro il 2027 gli Stati Membri devono raggiungere, sempre secondo la già citata direttiva, l’obiettivo del “buono stato ecologico” per i fiumi, i laghi, le zone umide, i corsi d’acqua, le acque sotterranee e le acque di transizione e costiere.

Se non stanno bene le acque dolci, come potremo mai stare bene noi? Il cattivo stato incide fortemente sulla biodiversità. I dati della Coalizione Living Rivers parlano chiaro: oltre 40 specie autoctone di pesci, 24 delle quali endemiche, tra cui la Trota marmorata, il Carpione del Garda e il Carpione del Fibreno, sono a rischio. Solo il Cavedano appare fuori pericolo. Non è un buon segnale.

L’importanza di una cura sempre maggiore nei confronti degli aspetti qualitativi delle acque è riconducibile all’aumento, osservato negli ultimi decenni a livello globale, della contaminazione delle acque superficiali da parte di numerosi composti chimici, spesso non oggetto di monitoraggio. E questo anche se Ispra segnala che il 75% dei nostri corsi d’acqua raggiunge l’obiettivo di qualità per lo stato chimico.

Eppure, il Cnr-Irsa, Istituto di ricerca sulle acque, fa notare come sulla qualità delle acque continuano a incombere minacce ben documentate da moltissime pubblicazioni scientifiche internazionali. Sono gli interferenti endocrini come i ftalati, bisfenolo A, Pbde, alchilfenoli, etere di difenile polibromurato (Pbde) e policlorobifenili (Pcb, etc.) corresponsabili di obesità, infertilità, dismetabolismo dei lipidi, danni genetici secondari e casi di cancro.

Ovviamente, tra essi spiccano i Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) che, per esempio nelle province di Vicenza, Verona e Padova, hanno provocato un danno ambientale che è stimabile in circa 136,8 milioni di euro.

L’appello del Cnr è molto semplice: per preservare o recuperare i servizi ecosistemici, messi a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dal sovrasfruttamento della risorsa idrica, è necessario ripristinare un ciclo dell’acqua il più vicino possibile a quello naturale, favorendo un uso razionale e rispettoso. Si consiglia di utilizzare un approccio di “one-health” poiché la salute dell’uomo è strettamente legata a quella delle nostre acque e dell’ambiente.